Dopo il Covid la Rete Oncologica del Piemonte si riorganizza. Ecco le strategie della ripartenza. L’intervista con Oscar Bertetto

Almeno 20mila diagnosi di tumori in meno rispetto all’anno scorso, il 64% degli interventi chirurgici rimandato e un 20% di tumori oggi potrebbero essere diagnosticati con tre mesi di ritardo. Sono le cicatrici lasciate in campo oncologico, a livello nazionale, dalla pandemia da Covid.

Ogni regione ha reagito con gli strumenti a disposizione. L’oncologia piemontese all’emergenza sanitaria ha reagito con strategia seguendo le direttive della Rete oncologica di Piemonte e Valle d’Aosta, in vista di una riorganizzazione radicale sia delle attività sia del modo nuovo di guardare alla rete. La scommessa oggi è seguire la strada del cambiamento a beneficio dei pazienti. “La nuova Rete oncologica deve saper ulteriormente cambiare i percorsi di cura dei propri pazienti delegandoli in parte in periferia e impiegando la tecnologia che in questa emergenza si è mostrata molto importante”. Queste le parole del dottor Oscar Bertetto, direttore della Rete oncologica di Piemonte e Valle d’Aosta e presidente del Comitato scientifico dell’Associazione Prevenzione Tumori Onlus. 

La pandemia cosa ha fatto capire al sistema della rete oncologica piemontese?

Che dobbiamo cercare di decentrare più cose al di fuori dagli ospedali: alcuni tipi di controlli possono essere fatti anche da specialisti ma in ambulatori esterni agli ospedali, quindi ci ha insegnato che dobbiamo fare un uso più appropriato delle strutture ospedaliere. Punto secondo: che certe prestazioni possono essere svolte anche in telemedicina quindi da remoto. In questo senso è aumentato il senso di rete grazie alla tecnologia: basti pensare che dall’emergenza sanitaria ad oggi abbiamo fatto teleconferenze, teleconsulti, teleincontri e tele-lezioni, ne abbiamo organizzati ogni giorno coinvolgendo più di 150 gruppi, incontri fondamentali per redigere le raccomandazioni future della Rete. Punto terzo: dobbiamo fare solo le cose appropriate e che cambiano in meglio la storia della malattia, quindi devono essere assolutamente eliminati ed evitati gli esami ripetuti, inappropriati e aggiuntivi.

Ci spieghi dottor Bertetto.  

Gli esami fatti in modo non coordinato è dimostrato che portano a fare degli esami in più e con dei tempi molto più lunghi, invece bisogna assolutamente aderire ad un percorso di rete che è in grado di prenotare in modo coordinato gli esami, riuscendo a farli fare in tempi più brevi eliminando gli esami “inutili”. L’emergenza è stata un ulteriore invito all’appropriatezza insomma, aspetto che la Rete oncologica aveva ribadito da tempo e che a maggior ragione il Covid ha messo in evidenza.

Durante l’emergenza quali sono state le prestazioni oncologiche interrotte?

Sono stati interrotti gli screening della mammella, del collo dell’utero e del colon, scelta portata avanti a livello nazionale e che adesso stanno riprendendo con tempistiche diverse da regione a regione. Inevitabilmente l’interruzione dello screening ha ridotto nettamente le diagnosi soprattutto di tumore al seno. Nelle aziende del Piemonte non si riuscirà a ripartire nello stesso modo: nelle aziende in cui il Covid si è fatto più sentire una parte del personale impegnato nello screening è stata dirottata ad eseguire i tamponi, questo porterà ad un lieve ritardo nella ripartenza dello screening. Invece sono state garantite le prestazioni di secondo livello dello screening, che significa che chi aveva avuto un sospetto diagnostico non è stato fatto aspettare tre mesi, particolari recuperi sono in campo per quei pazienti che hanno preferito non andare né dal medico curante né venire in ospedale per paura dell’infezione o hanno trovato difficoltà a trovare il medico curante che gli prescrivesse l’esame. Invece le visite di controllo sono state o spostate nel tempo o sono state sostituite da una visita telefonica.

A cosa è imputabile il fatto che il 20% di tumori sia diagnosticabile con un ritardo di tre mesi?

Durante l’emergenza non sempre è stato facile far passare il messaggio di dove il paziente si sarebbe dovuto rivolgere per avere risposte ai suoi problemi. Come Rete si poteva e si riusciva a garantire le visite per sospetti di neoplasia, è chiaro che se il paziente, come purtroppo ancora oggi succede spesso, non viene mandato al Centro accoglienza servizi (Cas) oppure non lo conosce e percorre le vie ordinarie con i tempi di attesa che le normali visite richiedono, una diagnosi di tumore diventa tardiva. Il risultato è che per alcuni interventi sui carcinomi endovescicali c’è stata una riduzione del 30%, lo stesso per il carcinoma della prostata e della mammella. Nella complessità c’è stata una riduzione del 20% dell’attività oncologica nei mesi più colpiti dal Covid.

Quali sono i progetti della Rete oncologica? 

La strategia della seconda parte dell’anno sarà eseguire quanto è previsto dal Piano della Rete per il 2020 rivisto alla luce dell’esperienza Covid. Abbiamo la necessità di potenziare il progetto “Protezione Famiglie fragili“, speriamo non per un rinfocolarsi del Covid ma per essere preparati a gestire un postCovid che ha reso le famiglie più fragili anche, purtroppo, da un punto di vista economico. Durante l’emergenza assistenti sociali e psicologi che avevano in carico i casi hanno comunque continuato a seguirli attraverso videochiamate, nella maggioranza, e con interventi diretti, ovviamente con tutte le cautele del caso. I prossimi passi sono inoltre portare avanti le raccomandazioni che saranno elaborate dai gruppi di lavoro della Rete e di riprendere quei progetti che sono stati costretti a interrompersi a causa del Covid, penso a “Prevenil”, il progetto di educazione sanitaria rivolto alle scuole, e alla realizzazione del fumetto sulle 12 regole del Codice europeo contro il cancro da distribuire agli studenti di seconda media. Ricordo anche che durante l’emergenza abbiamo cercato di coinvolgere i cittadini, nonostante le restrizioni, a fare attività fisica proponendo esercizi da fare in casa, che abbiamo pubblicato sul nostro sito, perché mantenessero la mobilità anche in epoca Covid.

Infine, che cosa le ha lasciato l’esperienza dell’emergenza sanitaria? 

I momenti in cui la situazione è stata particolarmente drammatica mi hanno lasciato la consapevolezza di dover essere particolarmente attento e rigoroso in tutte le cose che sia personalmente facevo e sia davo come disposizione ai vari settori della rete. Poi mi ha lasciato una  esperienza di carattere umano: ho sentito telefonicamente e ho scritto delle email per mettermi in contatto con gli operatori della rete che si erano ammalati per seguirne l’evoluzione della malattia e l’eventuale loro guarigione, e sono contento che, per fortuna, nessuno sia deceduto per Covid, anche se alcuni sono stati molto male. Abbiamo cercato di raccogliere anche le impressioni di questa epoca nell’ultimo numero della nostra rivista che è stato completamente dedicato al Covid, anche con le testimonianze in prima persona dei medici che si sono ammalati.

Liliana Carbone

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