Il fumo è il principale fattore di rischio del tumore della vescica: 2 uomini su 3 e 1 donna su 3 possono svilupparlo se fumatori «C’è bisogno di forti campagne di sensibilizzazione rivolte ai giovani»

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Nel 2020, sono attese circa 25.500 nuove diagnosi di tumore della vescica, di cui 20.500 per gli uomini e 5.000 per le donne, rispettivamente il 10,5% e il 3% di tutti i tumori incidenti. In Piemonte nel 2018 sono stati stimati 2.300 nuovi casi, di cui 1.850 uomini e 450 donne. Sono invece 313.600 le persone viventi in Italia dopo una diagnosi di tumore della vescica (255.000 maschi, 58.600 femmine), in Piemonte sono 22.614 (anno 2015). La sopravvivenza in Italia, netta a 5 anni dalla diagnosi è dell’80% nei maschi e del 78% nelle femmine. La sopravvivenza di ulteriori 5 anni condizionata ad aver superato il primo anno dopo la diagnosi è dell’86% nei maschi e dell’85% nelle femmine. Nel 2020 sono stimati 5.700 decessi (4.400 maschi e 1.300 femmine). In Piemonte i decessi nel 2015 sono stati 476, pari a 379 uomini e 97 donne.

I sintomi sono ematuria, disuria «Ma ogni volta che esistono i sintomi di una cistite ripetuta (alta frequenza delle minzioni) e stranguria (urinare con bruciori) bisogna pensare anche alla possibilità di un tumore vescicale e, soprattutto se esposti a fattori di rischio, fare i test per cercarlo» spiega il Professor Giovanni Muto, membro del Comitato Scientifico dell’Associazione Prevenzione Tumori e Professore ordinario di Urologia-Humanitas University (Mi) e Direttore Urologia Ospedale Humanitas Gradenigo di Torino (in foto).

I fattori di rischio che possono influire sullo sviluppo di questo cancro sono il fumo di sigaretta e l’esposizione prolungata a particolari composti chimici, quali coloranti derivati dall’anilina, amine aromatiche (circa il 25% di questi tumori è attualmente attribuibile ad esposizioni lavorative) e composti arsenicali (inquinanti dell’acqua potabile). Sono definite a rischio anche le lavorazioni di stampa, plastica, materiali sintetici, gomma, estrazione mineraria, metalli, coloranti, diserbanti. Si aggiungono altri fattori predisponenti: esposizione a tinture, vernici a spruzzo, polveri e fumi metallici, lubrificanti, petrolio, polvere di pietra, zinco, infezione da Schistosoma haematobium e Bilharzia; nonché cicli radioterapici per neoplasia di prostata o ginecologica, fattori dietetici, disordini metabolici, fattori genetici.

«Al tabacco sono attribuiti i2/3 del rischio complessivo nei maschi e 1/3 nelle femmine e il rischio dei fumatori di contrarre questo tumore è da 4 a 5 volte quello dei non fumatori e aumenta con la durata e l’intensità dell’esposizione al fumo. Il rischio si riduce con la cessazione del fumo, tornando dopo circa 15 anni approssimativamente quello dei non fumatori» spiega il Professor Giovanni Muto. «Inoltre l’assunzione cronica di alcuni farmaci può favorire l’insorgenza di questo tumore: è noto il rischio derivante da assunzione di fenacetina, analgesico derivato dall’anilina, oggi sostituito dal paracetamolo, suo metabolita attivo e privo di tossicità renale. Altri fattori di rischio sono riconducibili a radioterapia per neoplasia prostatica o ginecologica, e poi fattori dietetici, disordini metabolici, fattori genetici».

Il tumore della vescica è legato all’inquinamento ambientale, come il tumore del polmone, quindi una reale prevenzione è difficile, ma evitare il fumo di sigaretta può ridurre notevolmente il rischio. La migliore prevenzione resta l’astensione al fumo, ovvero l’abolizione del (principale) fattore di rischio.
«Chi smette di fumare azzera il rischio o ritorna ad avere le medesime probabilità di sviluppo di un tumore alla vescica di un non fumatore nell’arco di 15 anni. Questo tempo di ‘recupero’ non breve la dice lunga sui danni provocati dalla sigaretta. È indubbio che il tabagismo sia in diminuzione soprattutto nel sesso maschile, mentre è apprezzabile una tendenza maggiore che nel passato tra le donne, specie le giovani richiamando alla necessità di forti e mirate campagne di sensibilizzazione contro il fumo di sigaretta».

La diagnosi precoce, effettuata attraverso ecografia, citologia urinaria, cistoscopia flessibile, UroTC e Risonanza Magnetica, è utilissima perché alcuni tumori vescicali se curati subito possono guarire senza il sacrificio dell’organo.
«Se la diagnosi è tardiva e il tumore è divenuto infiltrante, è indispensabile la rimozione della vescica e la derivazione urinaria oltre alla chemioterapia neoadiuvante. Le novità sia nella diagnosi sia nella cura di questo tumore sono rappresentate dacistoscopia con la fluorescenza, rimozione endoscopica con laser, TURB NBI (Narrow Band Imaging o “luce blu”) o SPIES, ossia la tecnica di illuminazione particolare che consente una miglior visualizzazione dei vasi tumorali e quindi una più completa estirpazione del tumore, e poila chemioterapia neoadiuvanteel’immunoterapia» conclude l’esperto.

Articolo a cura della Redazione dell’Associazione Prevenzione Tumori

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